NUOVA ERA PER
di Enrico Randazzo
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Parte Prima
"Ahì! Che facisse Piero?". L'urlo
risuona nella stanza smorzato dal rumore
della cicale e del traffico dell'una sulle
vie ad alto scorrimento soprastanti. Piero
alza un braccio per fare segno di stare zitta,
si strappa via le scarpe con i piedi e ne
fa volare una contro il muro. Fa qualche
passo e si ritrova nell'orto, apre un rubinetto
e mette le mani, la faccia, la testa sotto
il getto d'acqua. Richiude, ma rimane un
istante così, chinato, a guardarsi le caviglie
e le dita ingiallite dal cuoio, la pelle
qua e là bruciata e scorticata. Poi torna
al coperto, strizza gli occhi perché non
vede, assalito dal buio che c'è nella stanza.
La donna è sdraiata sul materasso addossato
al muro, si tira un po' su sopra il cuscino
e lo fissa con i suoi occhi piccoli e nerissimi.
"Che ave da guardare?" fa Piero
girato di spalle, mentre raccoglie il casco
che aveva scaraventato per terra. "Perché
lo gettasti?" risponde lei indicando
col capo. Piero non risponde, scaccia invece
una mosca che ha aderito al suo torace, imprigionata
dal sudore. "E perché non ti metti qualcosa
addosso, ché giri accussì che non sembri
nemmeno un cristiano" continua lei e
come sempre suona più come una lagna che
come una domanda.
Lui tutto di un soffio urla alla nonna che
sta andando di nuovo fuori e il casco non
lo prende, ché tanto di cani che controllano
a quest'ora non ce ne sono. Esce in fretta
rincorso dalla grida di lei, che vuole essere
spostata, mangiare, vuole che svuoti il vaso
da notte che fa odore e soprattutto non vuole
rimanere sola fino a sera, e che se deve
proprio uscire almeno si metta il casco.
Ma non ha tempo per dire queste cose una
dopo l'altra e quindi come sempre le dice
tutte insieme, in un unico urlo stridulo
senza forma. Il ragazzo intanto è già sulla
strada dietro al Cimitero dei Cappuccini
nei quarantatré gradi resi insopportabili
dalla polvere fitta e rovente che proviene
dal raccordo sopraelevato di Palermo-est,
enorme serpente alto venticinque metri sulla
sua testa. Nel quartiere ci avevano lavorato
tutti per tre anni di fila dal duemiladue
al duemilacinque; avevano promesso di pagarli
bene, erano venuti con le grosse macchine
a fare i sopralluoghi e ad arruolare gli
operai. In tutta la città, in tutti i quartieri
era successa la stessa cosa, e così la disoccupazione
era quasi dimezzata e i giornali nazionali
scrivevano: "finalmente" e "mai
accaduto" e "nuova era per"
e altre cose simili. Ma zio Ciccio lo aveva
detto a Piero, che per pagarli li avrebbero
pagati quanto prima quando si costruiva una
casa, ché l'impresa era sempre la stessa
e aveva preso l'appalto anche per la grande
opera. Alcuni c'erano anche morti mentre
lavoravano sui piloni, e il governo della
ragione aveva mandato cani su cani con la
faccia triste a farsi fotografare mentre
baciavano la madre e le sorelle dello sventurato.
Ma Piero tutte queste cose le capiva, mica
era nato ieri. Era più furbo di tutti lui,
il normanno, come lo chiamavano, perché aveva
la pelle e i capelli chiari e piaceva tanto
alle donne. Adesso attraversa scalzo la città
fischiettando allegro, fendendo l'aria densa
con il suo passo sicuro, mentre le macchine
sopra e accanto a lui scorrono indifferenti;
tossisce ogni tanto e sputa come un vecchio,
ma è felice e contento perché sta senza scarponi
e casco, e questa è la cosa più importante.
Non guarda mai verso l'alto, nemmeno ogni
tanto, perché non è stupido come gli altri
Piero, sa che se qualche cosa cade da lassù
non c'è pezzo di ferro sulla testa che ti
salvi. Se ne va da Cristiana, a trovare qualcosa
da mangiare dopo la mattina di lavoro e a
fare l'amore da lei ché c'è fresco.
Parte Seconda
...Sì da Cristiana ci andava quasi ogni giorno;
in casa sua (e parlo di una casa vera, con
tutto quello che c'è in una casa) c'era sempre
qualcosa da mettere sotto i denti, perché
il padre è un pesce medio del partito, e
gli arrivano i soldi direttamente da Milano.
E poi Cristiana, come dice Piero, "Non
è una femmina come tutte le altre, che si
fanno amare e poi lo dicono al prete e a
tutti quanti", lei è sincera e gli vuole
bene per davvero. Lui bussava alla porta
come un mendicante, sudato com'era e scalzo
com'era e affamato com'era e mezzo vestito
com'era. Lei apriva e non si dicevano niente,
si toglievano in fretta quelle tre cose che
avevano addosso e si amavano lì, sul pavimento
vero, piastrellato e fresco, accompagnati
dal suono incessante delle cicale nel caldo
più caldo che c'è dell'ora piu calda che
c'è. E mentre si amavano mangiavano e ancora
si amavano e ancora mangiavano. Cristiana
è una ragazza di buona famiglia, con la pelle
dorata e profumata, gli occhi castani e i
capelli colore del fieno, uno sguardo obliquo
e trasparente che davvero non vi so descrivere,
dovreste vederla da voi. E neanche il modo
in cui si amavano può essere descritto, si
capivano come due animali selvatici e tutto
aveva la stessa naturalezza dello scorrere
di una cascata o del sorgere del sole. Le
vedo le vostre facce, ma noi rispettabili
civili uomini del Nord possiamo afferrare
poco questo genere di cose, pieni di movimenti
ed atteggiamenti convenzionali urbani, caricati
dai condizionamenti di questo schifo di società
moderna.
[Interviene il compagno Medeghini]: "Ma
se il padre non tornava prima delle tre come
diavolo ha fatto a scoprirli?"
[Interviene il compagno Buonaiuti]: "Ma
Giovanni più che altro com'è che fai a sapere
come scopavano, sei stato lì a guardarli
con il binocolo?"
[Risata generale, compreso Giovanni]
Buonaiuti non capisci non è che si chiudessero
dentro, lasciavano tutto aperto, nulla aveva
il senso che ha per te e per tutti noi qui
dentro, non si nascondevano affatto, come
uno non si nasconde quando respira o beve
un bicchiere d'acqua. E io ero a pensione
proprio da una signora che ha la casa lì
di fronte, ma questo del resto lo sapete.
E poi, figuratevi il padre semmai ha cercato
di nascondere la cosa, ma la faccenda è arrivata
alle orecchie sbagliate e per quanto Palermo
sia lontana da Roma e da Milano anche lì
vigono le maledette leggi speciali per la
moralità e la religione, quelle che Cane
Nero si riserva di violare ogni giorno con
le sue puttane.
[Nuova risata in sala]
Poi il padre è del partito e di certo non
possono permettere che la figlia di un loro
esponente violi la legge (e con un poveraccio). E
così lei è praticamente chiusa in casa e
fra poco ve lo presento, dobbiamo tenerlo
con noi finché le acque non si saranno fermate
e smetteranno di cercarlo.
A proposito di questo voi sapete che nascondere
un ricercato è un reato grave, quindi se
qualcuno ha problemi può chiaramente rifiutarsi
di ospitarlo. Ci controllano, ci stanno col
fiato sul collo e aspettano solo che facciamo
una mossa falsa. Gli amici di Cane Nero,
lo dico per il compagno Spina e la compagna
Toselli che sono appena tornati, ci hanno
mandato più volte i carabinieri a perquisire
case e locali, e non ce ne è abbastanza per
dichiararci ufficialmente sovversivi, ma
nemmeno cosi poco da poter dormire tranquilli.
Tutti d'accordo allora?
[La sala annuisce]
Allora va bene, ci spostiamo da me così vi
presento Piero. Per chi non viene ci vediamo
dopodomani alla stessa ora, mi raccomando
state maledettamente attenti a quello che
fate.
[Escono tutti dalla sala e improvvisamente
si trovano nell'afa soffocante di Torino
immersi nell'aria bassa e ferma, nel veleno
industriale di un'altra estate]
Enrico Randazzo è già presente in questo sito nella sezione
"Fuori dal guscio" con il racconto "Quella drogata".
Ha 19 anni, studia medicina, scrive racconti,
non aderisce ad alcun indirizzo religioso
perchè non crede in alcuna divinità, vive
a Genova pur non sentendosi affatto cittadino
di "questo cimitero", ha partecipato
a qualche concorso letterario locale, uno
l'ha pure vinto, nel 2000, il "Premio
Bruzzone". Ha collaborato per un pò
alla "Gazzetta Sampierdarenese"
mensile di Genova. Insieme ad un professore
e ad alcuni amici ha fondato il circolo "Voltaire".
Ha scritto molti racconti, alcuni pubblicati
dal "Premio Bruzzone" e due romanzi,
che però non hanno alcuna intenzione di finire.
Ha recensito per un libretto di critica del
liceo l'ultimo romanzo di Elena Bono "Una
Valigia di Cuoio Nero". Vorrebbe scrivere
su una rivista letteraria, avere uno spazietto
ogni mese o qualcosa del genere. Vuole liberarsi
dallo schifo mafioso burocratico nozionistico
dell'università nei tempi giusti, e fare
poi il medico in un posto dove ce ne sia
reale bisogno.